Jan Kochanowski, il più grande poeta del Rinascimento polacco, è ricordato soprattutto per i suoi “Lamenti” (Treny) e per i suoi epigrammi, ma il maestro di Czarnolas si interessava anche al cielo. Nel poema “Phaenomena”, libera traduzione e parafrasi dell’opera del poeta greco Arato, descrisse le costellazioni visibili in cielo, comprese quelle da cui prendono il nome i segni dello zodiaco. È uno dei testi polacchi più antichi in cui la Vergine, la Bilancia, i Pesci o il Sagittario compaiono in lingua polacca.
Qui sotto riportiamo alcuni passi del poema, scritti in polacco antico e qui resi in italiano (la barra indica la fine di ogni verso), e dopo ciascuno spieghiamo brevemente che cosa dice il poeta.
Ofiuco, la “tredicesima” costellazione
Ma accanto a quella testa cerca ancora la testa / Del luminoso Ofiuco, dalle cui spalle un tale / Fuoco si sprigiona che anche a luna piena / Lo si scorge; nelle mani la luce è assai più scarsa. / Tra queste si attorciglia un grande serpe, che cinge / Ofiuco; ma lui avanza con passo ardito.
Ofiuco, o Serpentario, è una figura che tiene tra le mani un serpente. Le stelle sulle sue spalle brillano così intensamente da vedersi anche con la luna piena, mentre quelle nelle mani sono più deboli. Attraverso Ofiuco passa il cammino del Sole nel cielo, per questo viene a volte chiamato il “tredicesimo segno dello zodiaco”, anche se l’astrologia tradizionalmente si serve di dodici segni.
Bilancia
Là, sotto la sua schiena, osserva con cura / La Bilancia in equilibrio, ma lei non arde così forte.
La Bilancia si trova proprio sotto Ofiuco. Il poeta fa notare che le sue stelle sono decisamente più deboli e, in effetti, la costellazione della Bilancia è tra le meno luminose dello zodiaco.
Vergine, la dea della giustizia
Sotto i piedi del luminoso Boote contempli / La Vergine, che regge una spiga di grano maturo. / Di qualunque padre tu voglia esser detta figlia / (Ché diverse sono le voci umane), o Vergine eletta! / Volgi uno sguardo benigno a questa umile terra / E lasciati nominare da rime indegne! / Finché scorreva gloriosa quella prima età dell’oro / E gli uomini osservavano spontaneamente la virtù / Senza guardare né al castigo né a leggi di sorta, / Ma la sola decenza: quella era lo statuto, / Santa Giustizia! anche tu non disdegnavi / La compagnia dei mortali, ma vivevi con loro, / Insegnando a ciascuno il suo dovere, / E loro onoravano la tua santa voce. / Perciò in quei primi anni non si conosceva la spada, / Né si udiva di liti tra consanguinei. / Vivevano tutti in pace, contenti di ciò / Che basta alla natura; e la navigazione per mare / Agli uomini era ignota, e per un pezzo d’oro / Nessuno metteva in pericolo la propria vita. / L’aratro e il campo: questo era tutto il nutrimento umano, / E la santa giustizia tutti benediceva.
Ma quando all’età dell’oro seguì quella d’argento, / Di rado si vide poi quella santa Vergine. / E con gli uomini non volle mai più mescolarsi, / Ma soltanto la sera scendeva dai monti / E, scorta una folla di gente non piccola, / Rimproverava loro apertamente la virtù trascurata: / “Che figli malvagi – disse – dopo la stirpe dell’oro! / Ma voi genererete figli ancora peggiori, / Un’età che susciterà lotte crudeli e stragi, / E ogni sorta di sventura cadrà sugli uomini”. / Detto questo, si diresse verso i monti a lei noti, / Inarrestabile, e li lasciò pieni di paura. / Ma come l’argento cedette il passo al ferro, / Così, più dei primi, si moltiplicarono uomini peggiori, / Che per primi forgiarono la sciabola malvagia / E posero il bue da lavoro sulla tavola crudele. / Non poté più dimorare con quella stirpe spietata / La santa Vergine, ma salì al cielo con volo rapido / E si stabilì in quel luogo da cui, nel tempo notturno, / Si lascia vedere, vicina del nobile Boote.
Sulla sua ala destra, sopra le spalle, una fiamma / Si leva, detta dai Greci Protrigitir, / Di grandezza e di luce così insigne / Quale arde la coda dell’Orsa più grande. / È splendente e ha accanto a sé stelle splendenti, / Ed è facile scorgerle guardando il cielo, / Perché, oltre a quelle che ardono nel capo e nelle zampe, / Quattro, le più luminose, hanno posto presso l’anca, / Disposte in quadrato; ma, con licenza / Degli antichi, nessuna chiamo col suo nome.
È il passo più lungo e più bello. La Vergine tiene in mano una spiga di grano e giace ai piedi del Bifolco (Boote). Kochanowski racconta l’antico mito della dea della giustizia: nell’età dell’oro viveva tra gli uomini, che erano onesti senza bisogno di pene e di leggi, non conoscevano guerre né avidità e vivevano dell’aratro e dei campi. Quando venne l’età dell’argento, compariva ormai solo la sera e rimproverava gli uomini per la virtù trascurata. Quando poi gli uomini forgiarono le prime spade, salì in cielo e divenne una costellazione.
Il Protrigitir citato (in greco Protrygeter, in latino Vindemiatrix, “l’annunciatrice della vendemmia”) è una stella luminosa sull’ala della Vergine, che il poeta paragona alle stelle più brillanti nella coda dell’Orsa Maggiore.
Pesci
Sotto questo tiene il capo il Montone, un po’ chinato / Verso mezzogiorno, e se guarderai da quella parte, / Vedrai i Pesci; uno di essi brilla più chiaro / E più sente il settentrionale Aquilone. / Ciascuno con la sua catena è legato per la coda. / Le catene le unisce una stella, dai Greci chiamata / Nodo celeste; la spalla sinistra di Andromeda / Tocca il Pesce settentrionale: questo è un segno sicuro. / Sotto il Capricorno, diverso dai primi, il Pesce / (Detto Australe) volge lo sguardo alla Balena. / Tra questi vi sono poi altre stelle fioche, / Scarsamente accese sotto l’umido Acquario. / Non lontano da esse una corrente poco stellata, / Che dalla destra versa quello stesso Acquario. / Due stelle in essa più nobili: una tocca / La coda della Balena, l’altra sta ai piedi dell’Acquario. / Presso il Sagittario, sotto le zampe anteriori, la Corona / Arde lontano, portata verso mezzogiorno.
“Skop” è l’antico nome polacco dell’Ariete (il Montone). Accanto a lui si trovano i due Pesci: uno, più luminoso, rivolto a nord (l’Aquilone è il vento del nord), ed entrambi uniti da catene fermate da una stella che i Greci chiamavano “nodo celeste”. La spalla di Andromeda tocca il Pesce settentrionale. Sotto il Capricorno si trova una costellazione a sé, il Pesce Australe, rivolto verso la Balena. L’Acquario versa dalla mano destra una corrente di stelle debolmente luminose, e sotto le zampe anteriori del Sagittario brilla la Corona (Australe).
Acquario e Capricorno
Intorno al Cavallo i due Pesci si sfuggono l’un l’altro, / E alla sua criniera giunge l’Acquario con la destra. / L’Acquario sorge sempre dopo il Capricorno, / Il Capricorno lo precede e cala prima. / Quando il sole sarà qui, non aver nulla a che fare col mare, / Perché lunghe non possono essere le traversate in un giorno breve, / E se verso la notte il mare comincerà a sballottarti, / Tardi invocherai l’aurora che non ha fretta. / In quel tempo regnano i venti, in quel tempo con gelo crudele / Tutte le membra si intorpidiscono ai poveri marinai. / Eppure oggi e sempre sul mare vi sono navi, / E noi, come gli smerghi, spesso la santa riva / Scrutiamo da lontano, mentre le onde / Colpiscono, e dalla morte ci separa solo una piccola tavola.
Intorno al Cavallo (Pegaso) girano i Pesci, e l’Acquario ne tocca la criniera con la mano destra. L’Acquario sorge sempre dopo il Capricorno. La parte più interessante è un ammonimento pratico: quando il Sole si trova nel Capricorno, cioè in pieno inverno, è meglio non prendere il mare, perché le giornate sono brevi, le notti lunghe, soffiano venti forti e il gelo mette a dura prova i marinai. Il poeta aggiunge con amarezza che, nonostante tutto, la gente continua a navigare, separata dalla morte solo da una sottile asse di legno.
Sagittario e Scorpione
Ma anche il primo mese tienilo per sospetto, / Quando il Sagittario viene scaldato dal sole. / Segno infallibile di questo lo dà l’Orsetto, / Quando alla fine della notte si leva al mattino dalle acque, / Perché subito dietro il suo pungiglione il Sagittario tende / L’arco incoccato, e poi presto egli stesso sorge / Sulle orme dell’Orsetto; allora, in quel tempo, / Cinosura porta alto il capo nella notte. / Al mattino tutto Orione, e accanto a Orione / Cefeo affonda subito nel mare dalle mani alla cintola.
Anche il mese in cui il Sole attraversa il Sagittario è considerato dal poeta incerto per la navigazione. A preannunciarlo è il “Niedzwiadek” (letteralmente “orsetto”), come un tempo si chiamava in polacco lo Scorpione, che sorge verso il mattino; subito dietro il suo pungiglione compare il Sagittario con l’arco teso. In quel periodo Cinosura (l’Orsa Minore) sta alta nel cielo notturno, all’alba tramonta Orione e Cefeo si immerge nel mare fino alla cintola.
Gemelli, Cancro e Leone
Sotto la testa stanno i Gemelli, e il Cancro dalle molte zampe / Sotto il ventre, sotto le zampe posteriori il Leone feroce. / Qui è la via più ardente dei cavalli del sole, / Qui la terra sotto le falci perde le sue chiome. / In quel tempo gli Etesii piombano sul mare, / Il vento porta le navi, i remi hanno riposo.
I Gemelli, il Cancro e il Leone si trovano sotto l’Orsa Maggiore: presso la testa, il ventre e le zampe posteriori. Quando il Sole si trova nel Leone, i suoi “cavalli” percorrono la strada più calda: è piena estate, il tempo della mietitura, quando la terra perde il suo grano come fossero capelli. Soffiano allora gli etesii, venti estivi regolari sul Mar Egeo, che spingono le navi tanto che i rematori possono riposare.
Lo zodiaco nella letteratura polacca
I “Phaenomena” mostrano che lo zodiaco fa parte da secoli dell’immaginario comune europeo. Per Kochanowski le costellazioni erano allo stesso tempo fonte di miti, immagini poetiche e conoscenze pratiche: un calendario delle stagioni e una guida per i marinai. Vale la pena leggere il testo per intero, per vedere come uno dei più grandi poeti polacchi descriveva i segni che oggi conosciamo dagli oroscopi.
Prima pubblicazione (originale polacco): 7 febbraio 2011. Scritto da astrologi ed esperti di esoterismo che collaborano con la nostra redazione; rivisto e tradotto per HOROSCOP.SPACE. © Tutti i diritti riservati.
